Intendiamoci, chi scrive è tra i molti che avrebbero preferito di gran lunga conoscere il nome del vincitore al termine dell’election night, perché oltre a logorare gli Stati Uniti, l’incertezza sortisce effetti anche sul resto del mondo. Certo è, che indipendentemente dalla vittoria di Biden o dalla riconferma di Trump, le elezioni a cui abbiamo assistito ci lasciano parecchie tossine ma anche alcuni spunti di riflessione molto interessanti.
Il Covid è stato decisivo
Una cosa che molti analisti non dicono è che Trump è stato il primo presidente a doversi misurare con il voto da quando è scoppiata la pandemia, i cui tragici effetti collaterali si ripercuoteranno giocoforza sui governi che stanno gestendo l’emergenza. Ovvio, con i se e con i ma la storia non si fa, però è pur vero che prima dell’arrivo del virus cinese la rielezione del tycoon newyorkese sembrava non dico scontata, ma certamente l’ipotesi più realistica: basti pensare agli indicatori economici (i più alti da 35 anni) e ai successi in politica estera.
Il sovranismo non morirà con Trump
L’eventuale conferma della sconfitta di Trump non decreterebbe la fine del sovranismo ma, al contrario, potrebbe addirittura aumentarne la spinta. Mi spiego: è del tutto evidente che se gli Stati Uniti torneranno a premere sull’acceleratore del globalismo aumentando il disagio delle classi collocate nel perimetro dell’ormai ex middle class, non faranno altro che aumentare il consenso per le forze politiche che hanno un approccio identitario.
Basti pensare a questioni epocali come la gestione dei rapporti con la Cina (che, come ha magistralmente spiegato il nostro Maurizio Tortorella, si è “miracolosamente” liberata del virus e sta tornado a volare) e la lotta al terrorismo islamico. Due sfide che per essere vinte necessitano di un Occidente forte, capace di ridestarsi riscoprendo la propria identità, mentre è arcinoto che nella metà campo di Biden vi siano – tra gli altri – anche i fautori di quell’autentica follia ribattezzata “cancel culture”.
Va da sé che si tratti di due visioni del mondo completamente differenti, che trascendono i leader che se ne fanno rappresentanti. A questo proposito è bene ricordare che Donald Trump si lasciò contaminare dal sovranismo durante la campagna elettorale del 2016, dimostrandosi abilissimo nel riempire la vera e propria voragine valoriale lasciata da un partito repubblicano in completo disarmo poiché in preda a una crisi d’identità.
Il 45mo presidente fu perfetto per incarnare la parte popolare del Gop (acronimo di Grand Old Party, ndr) creando l’automatismo per il quale i rappresentanti di partito che non stavano con lui erano parte dell’odiato establishment che aveva impoverito milioni di americani.
Corsi e ricorsi
Ora, che gran parte dei media mainstream non vedessero l’ora di sbarazzarsene è evidente a chiunque, così come è altrettanto palese che a Trump servirebbe uno spin doctor in grado di fargli evitare alcuni tweet (ma probabilmente nessuno lo è). Ciò non toglie, però, che il doppiopesismo del politicamente corretto nei suoi riguardi continui a raggiungere vette altissime di ipocrisia.
Cioè, se Trump chiede di ricontare le schede e non riconosce la vittoria del proprio avversario fino al pronunciamento della Corte Suprema è una sorta di clone di Hitler trapiantato alla casa Bianca, mentre se a fare la stessa identica cosa era Al Gore contro Bush – correva l’anno 2000 – allora si trattava di una battaglia sacrosanta.
Il principio è lo stesso per il quale nonostante autentici disastri come ISIS, Libia e primavere arabe Obama abbia vinto il Nobel per la Pace mentre Trump, con zero guerre all’attivo, viene dipinto come un guerrafondaio: di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe e non soltanto rispetto a Trump e agli Stati Uniti.
Ora non ci rimane che aspettare l’ufficialità del risultato e, qualunque esso sia, fare il tifo essenzialmente per due cose: che chiunque uscirà vincitore faccia il bene dell’America e dell’Occidente e che nella metà del campo opposta a quella di Biden comincino a giocare sempre più forze fresche capaci di dare sostanza e prospettiva ad un’area politica che non può certo permettersi di perdere tempo leccandosi le ferite.